DORINO
La favola di Nino Lo Iacono è un testo di facile lettura, dallo stile semplice ed  agile;
esso può essere letto ai bambini dai genitori, dai nonni, dalle maestre o da chiunque si
trovi con loro e vuole intrattenerli, divertendoli ed invitandoli a riflettere.
Infatti la favola è qualcosa di più di  un  racconto: è la risposta ai sogni infantili, è 
esorcizzazzione delle loro paure, è un mezzo pedagogicamente valido per guidarli
nell’interpretazione della realtà, ancheattraverso il linguaggio simbolico, i personaggi
ed i loro ruoli.
In tal senso la favola riveste il ruolo di mediazione tra i saperi e gli atteggiamenti, tra il
bene e il male.
Essa è un genere letterario caratteristico sia della cultura occidentale che  di  quella
orientale perché ogni società ha bisogno, per sopravvivere, di trasmettere i propri
saperi e le proprie esperienze ai giovani; mediante questo stile linguistico educa e
diverte nel contempo, stimola la curiosità innata che nei  bimbi, sin dalla primissima
età è la molla fondamentale per l’apprendimento, accompagna le loro percezioni, le
fantasie, le emozioni, stimola l’acquisizione del linguaggio.
La favola è un capitale sociale e relazionale: rappresenta come gli uomini di quel
determinato contesto storico vogliano trasmettere ai piccoli le regole etiche, la loro
visione del mondo, i comportamenti sociali più comuni, spesso generalizzandoli ed
astraendoli da contesti reali, e collocandoli in vissuti fantastici, in cui le situazioni
contingenti sono mediate da archetipi che rappresentano sia le grandi paure dell’uomo,
quali la morte, la cattiveria, l’invidia, la solitudine, il tradimento, la perdita, e sia le
tipologie generali del modo di agire umano.
Certamente nella fiaba, può esserci talvolta una visione manichea della vita, divisa tra il
bene e il male, tra il positivo e il negativo; pertanto, nella favola spesso non vi sono le
sfumature, le zone d’ombra, i compromessi che tante volte ci aiutano nella scelta. In
essa i simboli sono intellegibili per la mente infantile; le scelte che si delineano nella
trama magica, infatti, per lo più sono nette, definite ed evidenti ed i bambini possono
interpretarle con immediatezza perché ne comprendono il senso e il messaggio.
Per questo la favola può essere una guida per indicare, mediante i diversi ruoli rivestiti
dai personaggi e il rapporto tra loro, il contesto e la comunità, quali comportamenti
siano consoni, validi ed assiologicamente idonei.
Da ciò nasce l’insegnamento finalizzato all’agire bene, l’apprendimento di uno stile
comportamentale.
Già Esopo, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C., fondatore con Fedro di questo genere
letterario in Occidente, la utilizzava per ammaestrare ed istruire i giovani e trarne
significati universali che li guidassero, attraverso l’apologo, ad una saggezza di vita
accessibile a tutti perché fondata sulla prudenza, sulla laboriosità, sulla coscienza dei
propri limiti.
Anche oggi nella nostra società tecnologicamente avanzata, nell’era della
multimedialità, si dovrebbe riscoprire il valore altamente educativo della fiaba.
Infatti crediamo, erroneamente che i nostri bambini siano appagati dalle playstation,
dai computer, dai lettori DVD o dagli MP3, ma dimentichiamo che alcune volte questi
strumenti comunicano violenza, visioni distorte della realtà,  non  hanno intenti
educativi ma consumistici, stimolano gli istinti primordiali dell’uomo ed utilizzano un
linguaggio non adatto ai ragazzi; ricordiamo che soprattutto generano solitudine.
Della solitudine dei bambini di oggi, che poi diviene disagio giovanile, dissociazione
dell’io, fragilità emotiva ed incapacità di relazionarsi positivamente con gli altri
conosciamo la vastità ed i problemi sociali ed esistenziali che ne derivano.
La scala di Erikson, nei moderni studi pedagogici, ha ben illustrato l‘influsso, su tutto il
corso della vita, di una partenza sbagliata.
Cioè, per lo studioso, l’avventura della vita di una persona è segnata in maniera
positiva o negativa dalla transizione da bambino ad adolescente; in questo periodo di
passaggio si sviluppano la fiducia in sé, il principio di autonomia, la consapevolezza di
sé, si stabiliscono i rapporti, le connessioni e le  connessioni logiche nel linguaggio. 
Nell’infanzia si strutturano, fra l’altro,  quelle riserve di fiducia indistruttibile a cui
l’adulto attinge anche nelle peggiori circostanze della vita.
Nella crescita sana, per Thomas Kane, il bambino “sente” l’amore che lo circonda e si
forma un io reale, positivo, si sperimenta come essere degno, adeguato, si comporta in
maniera assertiva, è allegro, felice e si afferma nella vita.
Comprendiamo bene quali effetti indelebili e deleteri, al contrario, possa avere una
crescita segnata dalla trascuratezza, dalla mancanza di amore, dall’assenza di una
guida equilibrata e consapevole che indichi i criteri certi su cui costruire la propria
identità.
Ricordiamo, quindi, che nel processo di crescita il bambino deve poter organizzare le
proprie esperienze e deve riuscire a dare ad esse significato; potrà farlo, in maniera
significativa e non distorta soltanto se un adulto gli si porrà accanto, aiutandolo a
parlarne, ad esprimersi, ad esteriorizzare - mediante i vari linguaggi espressivi - le
proprie paure, le proprie gioie, le proprie perplessità.
Nelle pieghe dell’animo infantile si agitano molti fantasmi, a cui il bambino non sa dare
un nome, ma esistono e nessuno strumento telematico potrà aiutarlo a comprenderli e
a sconfiggerli. Ma fondamentalmente in esse c’è un enorme bisogno d’amore: da dare,
da ricevere, da comunicare.
Quell’amore innato ed universale di cui l’autore di “Dorino” scrive: un amore che
trasforma, rigenera, rivifica la natura e dà speranza.
La speranza che fa palpitare i nostri cuori, quando sappiamo abbandonarci ad essa,
che illumina le nostre azioni, anche quando l’angoscia ci attanaglia, che può salvarci
all’inedia, dallo scoraggiamento e dallo sconforto, anche quando tutto può apparirci
irrimediabilmente perduto.
La speranza non è un sogno, un rifugio fatalistico, come spesso banalmente viene
intesa, ma un dono da conquistare e proteggere per non lasciarci travolgere dal
negativo, da una realtà che ci sfugge e, a volte, ci travolge, impedendoci una vita
autentica in cui si può essere felici.
La favola “Dorino” è pertanto anche uno strumento per infondere fiducia, per dare voce
ai sogni dei bimbi.
Come tutte le fiabe con intento educativo, è un messaggio forte, positivo, giocoso ed
aiuta la mente del bambino sia nel processo di intermediazione con l’ambiente esterno
e sia nella esteriorizzazione dei meccanismi inconsci che vi sono nell’animo umano: il
bambino, ad esempio, capisce che non è il solo a provare angoscia davanti ad un
determinato problema o a provare gioia quando si verificano alcune situazioni ed,
attraverso l’esperienza, in questo caso magica, struttura il proprio sapere e
comprende, a livello emotivo prima che concettuale, i fondamentali principi etici.
Non dimentichiamo, infatti, che è molto complesso in psicologia il processo che porta
l’uomo al discernimento tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto.
Questo processo poi deve coniugarsi con i valori dominanti in una determinata società,
con quei comportamenti che in quel tempo e in quello spazio storici, vengono ritenuti
positivi. E’dunque un cammino interiore e sociale.
La favola, pertanto, può essere un filtro che dia sistematicità ai numerosi messaggi
contradditori diffusissimi nella nostra società pluralistica, i cui modelli sono spesso
veicolati da bisogni dettati da leggi economiche e pragmatiche.
In questa trappola consumistica e qualunquista, la favola di “Dorino” non cade
deliberatamente: essa ha un intento chiaro. Si riallaccia alla tradizione classica e
pedagogica: vuole coniugare il gioco con l’apprendimento di valori antichi, da far
riscoprire all’infanzia del nostro tempo.
La fiaba, infatti è uno straordinario mezzo per l’apprendimento. Pedagogicamente
inteso, è un mezzo per educare alla creatività; la magia della fiaba incanta, dà le ali alla
fantasia, all’immaginazione; ci permette di parlare ai bambini in maniera diversa dal
solito perché la favola tocca i problemi sociali e familiari, la realtà quotidiana in chiave
ludica, ironica ed il bambino impara giocando.
L’imparare giocando è una caratteristica fondamentale della sua crescita.
Gianni Rodari, un autore famosissimo della letteratura contemporanea per l’infanzia,
utilizza nei suoi racconti la dimensione ludica, inventando ad esempio storie senza
finale, affinchè il piccolo lettore sia attivamente coinvolto e sia spronato nei propri
personali meccanismi d’apprendimento.
I bambini, spesso, quando inventano favole compiono un transfert del proprio vissuto,
come avviene quando sono invitati a disegnare.
Un osservatore competente nella trama inventata e nelle loro raffigurazioni può
comprenderne traumi, individuare situazioni positive o negative.
Sono svariate le situazioni in cui usare una favola: i genitori e gli educatori lo sanno.
Roberto Rossolini scrive che “valorizzare la fantasia e la creatività infantile significa
creare le condizioni per uno sviluppo armonico ed equilibrato della personalità”.
Quindi la fiaba di Nino Lo Iacono è una splendida occasione di riscoprire e far
riscoprire la forma simbolica-narrativa, il linguaggio immaginifico, fantastico,
attraverso il quale l’autore ci invita ad educare all’amore, all’altruismo, alla generosità.
Lo scrittore personifica, come Esopo e Fedro, animali ed ambienti naturali, come Mio,
un monte che diventa, agli esordi del testo ed alla fine, il suo alter ego, il custode
fedele dei sogni ambientalisti, il suo primo interlocutore.
Nel fluire della narrazione è ben tratteggiato il protagonista fantasioso che subisce una
strana metamorfosi, che ci ricorda, per un’immediata associazione d’idee, la storia di
Pinocchio, mirabile racconto di Collodi, e la favola del “Gigante buono”.
Solo che nella narrazione di Nino Lo Iacono, è Dorino che si trasforma e che riunisce in
sé le caratteristiche magiche sia di una fata che di un bambino “speciale” per le sue
vicende e per i suoi poteri che, come scrive l’autore, «sono riservati solamente per gli
uomini che credono nella bontà e vogliono il bene dei loro simili e del mondo nel quale
vivono».
Dorino, dunque, porta un messaggio di speranza agli uomini di oggi, spesso disillusi,
scettici, sfiduciati, talvolta privi di quella capacità di sperare e credere; capacità che il
materialismo e il relativismo logico, etico e gnoseologico del nostro tempo hanno
ucciso, mortificato e deriso.
Abbiamo pensato che l‘uomo potesse raggiungere la felicità non perseguendo il bene
comune ma attraverso il darwinismo sociale, l’individualismo più sfrenato, la legge
dell’homo homini lupus.
L‘ecclissamento del senso morale è evidente a tutti noi, in tutti i campi, ma non per
questo bisogna rinunciare all’idea di un ritorno dell’etica, al desiderio di costruire una
società fondata sul bene comune, in cui sia chiaro ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Kant ci ha insegnato che la legge morale è scritta dentro di noi: è un imperativo
categorico che ci serve da pungolo; è la voce della coscienza dell’Innominato, è
l’inquietudine del cuore di S.Agostino; è semplicemente, a mio parere, l’essenza
dell’essere umano che solo nel giusto, nel vero e nel bello ritrova il senso del proprio
esistere e l’autenticità del proprio agire.
 
Patti 16 dicembre 2008
Graziella Scalisi