NAULOCO A DIANA FACELLINA
< Cercate i Lari> , cioè le origini, è il monito virgiliano di accompagnare l’Eneide.
La ricerca dell’identità storica e culturale di una “porziuncola” di terra, di cui
parlano greci e romani, posta sulla riva nord-est della Sicilia è l’ossessione dell’autore
di “ Nauloco e Diana Facellina”, il quale ha l’onestà di presentarsi in veste di
autodidatta. Un << non addetto ai lavori>> che da decenni non si stanca di inseguire
l’utopia nell’appassionata lettura dei saggi atavici ed archeologici e soprattutto di
scoprire ed interpretare i segni antichi dei luoghi e delle pietre, dei nomi e dei miti,
percorrendo in lungo ed in largo angoli e anditi fra capo Tindari e capo Calavà, dove
nel 36 a.C. si scontrarono gli eserciti di Pompeo e Ottaviano.
Indagine avvincente, condotta con rigore nel riscontro dei documenti possibili al
fine di dare corpo a una tesi che con singolarità determina la fisionomia di un contado
posseduto dalla bellezza. Non sempre, però, i tasselli recuperati a fatica nel sottosuolo
e le testimonianze scritte consentono di definire l’icona del mosaico. Ed ecco che 
l’accanimento del ricercatore si trasforma, d’improvviso, in avventura con suggestive
ipotesi . Chiaro l’azzardo  e il rischio. Ma è proprio del vero storico tentare di colmare le
lacune documentarie tessendo ragnatele di logica, che attingono la loro ragione nei
reperti della tradizione, nella mitologia e nella toponomastica.
Più volte, in passato, studiosi di civiltà preistorica, greco-romana, medievale e 
moderna, interessati a questioni d’ordine generale o ad aspetti localistici, hanno
visionato il territorio oggetto d’esame senza riuscire nella ricostruzione organica del
tutto e delle parti. Ci prova, supportato da corredo storico e scientifico, Nino Lo Iacono,
il quale si impegna a fondo, nella consapevolezza di molteplici difficoltà legate alla
struttura compositiva di colline, vallate, falde e torrenti; ai tracciati viari, agli
insediamenti di epoche diverse, ai cocci ceramici e ai corredi funerari. Non secondaria
è la sfida riguardante l’ermeneutica filologia mirata alla corretta esegesi di una
terminologia che l’uso comune, nel corso dei secoli, ha storpiato, costituendo essa, la
terminologia, il filo di Arianna nel dedalo dei luoghi, eventi e miti.
Il libro riformula le fasi salienti del divenire del tempo e della mutazione dello
spazio con oculate ricostruzioni offrendo, per maggiore chiarezza, illustrazioni,
scritture e grafici. Sette i capitoli: La consolare Valeria, Le necropoli, il Nauloco, Diana
Facellina, Donna Villa, Patti città. Concorrono tutti alla dimostrazione dell’importanza
civile e strategica della zona, protetta dai due promontori, affermando il suo essere
nella storia con la presenza di colonizzatori ellenici e di soldati dell’impero, ma anche
alla dimensione poetica, con lo splendore della natura e la magia del mito, celebrati
fonti letterarie, strutture murarie e infinità di reperti.
Di particolare significazione sono il quarto e il quinto capitolo, che costituiscono
lo specifico del volume, preoccupato di mettere un punto risolutivo alla individuazione
del Nauloco e del tempio di Diana Facellina. Preceduta dai capitoli che spiegano le
radici e il ruolo politico di un  territorio che ha nella città di Tindari la sua più alta
espressione, la parte centrale del libro stabilisce il luogo storico del Nauloco, porto-
cantiere trasformatosi in teatro di battaglia dei due condottieri romani.
Le indicazioni offerte in precedenza dagli storici risultano generiche e pongono
oltre Milazzo, nei pressi del Peloro, la scena dello scontro, non riuscendo a spiegare
l’etimo che sembra piuttosto riferirsi alla << mostruosa>>, stupenda rocca di Calavà.
Incalzanti a favore della tesi le notazioni geomorfologiche, archeologiche, militari e
culturali fatte da Lo Iacono, certo di contribuire con il suo lavoro alla comprensione di
un importante sito della storia, mentre evidenzia l’allocazione del Nauloco, la sua
funzione commerciale e la sua organizzazione industriale.
Il “ Templum Facellinae Dianae” è ancor meno conosciuto. Solo la mitologia ne
conferma l’esistenza. Lo studioso pattese intraprende una disperata ricerca affidandosi
ai pochi elementi della narrazione omerica, che dice di Ulisse visitatore del luogo
sacro, nel quale sarebbero custoditi i beni della divinità. Numerose le indagini, seguite
da personali scoperte che permettono allo studioso di essere quasi sicuro che il
tempio della dea dei boschi si trova nelle vicinanze del Nauloco, immediatamente a
ridosso, lambito dalla Consolare Valeria. Qui, nella cella di Diana, si racconta, si sia
recato Pompeo, dopo aver vinto Agrippa, generale di Antonio, per rendere grazie.
Completa la visione della zona il capitolo << Epacten>> e il suo << Policne>>.
Intrigante perlustrazione dell’abitato di Patti, che risalirebbe al tempo della fondazione
di Tindari, il cui sviluppo è primario nella vita del territorio.
Se i centri minori stimolano poco gli storiografi , affascinano molto più chi in essi
vive. Ieri parecchi studiosi locali dediti alle vicende “patrie”, pochissimi oggi. Fra
costoro l’autore di “ Nauloco e Diana Facellina”, che contribuisce a una conoscenza
approfondita di un luogo mitico della storia, la cui verità illumina il presente.
 
Prof. Giovanni Bonanno