DORINO
                         LA REPUBBLICA DELLE DUE SICILIE
Prefazione
In una precedente presentazione di un suo libro definivo Nino Lo Iacono come “uno
spirito estremamente versatile, dotato di un ingegno poliedrico e multiforme,
impegnato su tanti fronti.  Promotore culturale, appassionato d’arte, ma soprattutto
innamorato della terra di Sicilia, della cui storia millenaria mostra di essere attento e
profondo conoscitore”.
Dopo aver letto questa sua ultima pubblicazione mi sento di confermare quel giudizio,
perché questa volta ha voluto esplorare un territorio molto battuto, ma percorrendolo
per  sentieri nuovi, attraversando terreni  quanto mai impervi ma di grande
suggestione.
La sua prima opera, “Nauloco e Diana facellina” è stato un originale e per alcuni versi
ardito contributo storico, mediante il quale ha voluto illuminare un oscuro e
controverso momento della storia dei Romani e individuare proprio nel nostro territorio
la collocazione di una delle più importanti basi strategiche della loro flotta.
Poi si è voluto cimentare nella narrativa, con una trilogia sfornata in soli tre anni:
“Nina”, “Quel giorno qualunque” e infine “Il Prete”. Tre storie accomunate dal
contenuto, con temi di stringente attualità, e dall’ambientazione  in terra di Sicilia, anzi
proprio nel territorio pattese.
In quest’ultima opera l’autore unisce le sue due inclinazioni, di storico e di narratore, e
dà vita ad un racconto fortemente radicato e incastonato in un momento di snodo
importante della storia della Sicilia, quello della caduta del regime borbonico, della
spedizione di Garibaldi e dell’annessione di questa nostra terra a quello che diventerà
il regno d’Italia.
Debbo subito dire che l’analisi del contesto storico ha il sopravvento sul racconto vero
e proprio, a dimostrazione della marcata inclinazione dell’autore verso la ricostruzione
di eventi, al suo sentirsi a suo agio nei panni del ricercatore. Ma anche perché il taglio
che Lo Iacono dà alla ricostruzione di una delle pagine più significative del
risorgimento, sicuramente in controtendenza rispetto alle interpretazioni agiografiche
ed edulcorate offerte sin qui dalla storiografia ufficiale, richiedeva uno scavo  ed un
supporto documentale di tipo prettamente storico, che legittimasse la valenza della sua
tesi.
L’impresa di Garibaldi diventa così in questo testo non la temeraria azione militare di
audaci e generosi idealisti, ma l’oscura e torbida combinazione di precisi e concreti
interessi: di piemontesi e inglesi, dei latifondisti siciliani e nel contempo di predoni,
banditi e delinquenza organizzata dell’isola, per non parlare della massoneria che
aveva tutto l’interesse ad eliminare il potere temporale della Chiesa e s’impegnò a
finanziare  la spedizione dei mille.
I proclami di Garibaldi spingono gli sventurati contadini siciliani, da sempre sottoposti
ad abusi ed angherie da parte dei “cappeddi”, a insorgere, nell’illusione di migliorare le
loro miserabili condizioni di vita; ma queste rivolte vengono brutalmente stroncate nel
sangue. L’autore si sofferma in particolare a raccontare i fatti di Bronte e la
sollevazione di Alcara, che si conclude proprio a Patti, con la fucilazione di dodici
rivoltosi sul sagrato della chiesa di S. Antonio, dove una lapide ricorda l’evento.
In questo quadro storico, che vuol mettere a nudo le contraddizioni di quella
spedizione, s’inserisce l’ordito di un racconto che eleva  alcuni  personaggi a simboli
di specifiche categorie sociali che a vario titolo partecipano a quei fatti e che
rappresentano le variegate anime di quella operazione.
E così il conte Sidoto è l’espressione di  quella cinica e rapace classe sociale dei
latifondisti siciliani che cambia disinvoltamente bandiera e diventa sostenitrice della
spedizione, intuendo il vantaggio che può derivarle dall’adesione al piano dei nuovi
dominatori, per conservare i privilegi e perpetuare il proprio secolare dominio. E non fa
fatica ad affiancarsi, in un’ignobile alleanza, a banditi e predoni. Tra questi spicca il
capo banda Cisco, brutale e violento, che non esita ad uccidere chi non accetta i suoi
metodi. E diventa il simbolo delle origini di quel fenomeno mafioso, che si appoggerà
al nuovo Stato per conseguire con la violenza potere e denaro. C’è poi il barone La
Picuzza, che inizialmente aderisce al progetto di appoggiare Garibaldi, convinto che da
quella spedizione e dal nuovo Stato unitario la Sicilia potrà avere libertà e sviluppo, ma
presto si accorge che per la sua terra non ci sarà progresso, ma semplicemente la
sostituzione di un dominio, quello borbonico, con un altro, quello sabaudo e che per
certi versi determinerà un peggioramento delle condizioni dell’isola. Si ritirerà deluso,
abbandonando completamente la vita politica. E infine c’è Turi, il cocchiere del
marchese, che, essendo istruito, si metterà al servizio dei Savoia, diventerà un
“galantuomo” ed avrà un ruolo di primo piano nella potente e opprimente burocrazia
piemontese che reggerà la Sicilia.
Nel racconto, come dicevamo, prevalgono i fatti, che si susseguono con un ritmo
incalzante, mentre poco spazio viene lasciato all’ambiente ed essenziali e contenute
sono le descrizioni dei personaggi, che si esprimono abbondantemente in dialetto
siciliano, quasi a voler dare una maggiore intensità realistica  al mondo che viene
rappresentato.
L’autore compare attraverso le parole dei suoi personaggi a manifestare il sogno di una
Sicilia libera e moderna, giusta e progredita, che invece proprio da quei fatti fu
consegnata al dominio di uno Stato estraneo e alla soggezione ad  una mafia che stese
da quel momento la sua cappa sull’isola, pregiudicandone lo sviluppo e impedendone
il dispiegarsi della civiltà. Sembra di sentir riecheggiare in alcuni passaggi dei dialoghi
quegli aneliti e quei  fermenti autonomistici che  ciclicamente tornano a diffondersi in
Sicilia e che proprio in questo periodo son tornati ad accendere il dibattito culturale e
politico. Aspirazioni che dimenticano il fatto che con lo Statuto autonomistico e con la
costituzione in regione speciale la Sicilia ha avuto la possibilità di autodeterminarsi,
ma non l’ha saputa cogliere. A dimostrazione del fatto che non bastano leggi e
ordinamenti a far evolvere una regione, ma un discorso di più lungo periodo che si
affidi alla cultura e alla consapevolezza di chi, amando la propria terra, s’impegni
generosamente a farla progredire, dedicandosi al bene comune piuttosto che alla
difesa e alla conservazione dei propri privilegi di casta.
Si tratta, in conclusione, di un romanzo che, come gli altri precedenti libri di Lo Iacono,
si legge d’un fiato, coinvolge e prende il lettore, illumina di luce nuova pagine pur
conosciute e che per le tesi che propugna è destinato sicuramente a far discutere ed
alimentare un dibattito che oggi in Sicilia mostra di riaccendersi
Nino Casamento