DORINO
                         LA REPUBBLICA DELLE DUE SICILIE
Che sia in corso da tempo una demolizione del mito del Risorgimento non è una novità.
E’ anche il caso del recente romanzo di Nino Lo Iacono che, seppure non sia scrittore
di professione, non è nuovo nel panorama degli scrittori di cose di Sicilia. Con “La
Repubblica delle due Sicilie” (Kimerik, Patti, € 10,00), l’autore sullo sfondo della
spedizione dei Mille inserisce una storia d’amore e la volontà di riscatto di un servo
che da analfabeta apprende a leggere e scrivere per emanciparsi e iniziare la scalata
sociale. Questa è, però la “storia secondaria” “ il plot”, la story, invece si snoda in un
intreccio di interessi politici e misfatti di varia natura perpetrati da Garibaldi e dalla sua
“ciurma”.
Ritorna la logica di Tancredi Falconieri “Se tutto deve rimanere com'è, è necessario che
tutto cambi”. Quando nel romanzo di Lo Iacono a Palermo i “coppuli” sono in rivolta
contro i “cappeddi”, la risposta del conte di Montelungo al Barone La Picuzza non
lascia adito ad equivoci: i nobili si stanno costruendo una nuova immagine, stare a
fianco dei rivoluzionari, sostenere Garibaldi da “ liberali e unitari”. “Saremo la spina
dorsale del nuovo regno d’Italia, gli unici interlocutori di Garibaldi e del re del
Piemonte”, conclude, immaginando un’alleanza con l’Eroe dei due mondi cui chiederà
di “accontentare i contadini, senza però scontentare” se stesso e gli altri nobili. “In fin
dei conti, appena questa orda di barbari siciliani e di importazione passerà, qualcuno
dovrà pure ammirare i comuni, i distretti, le province; e voi credete che i villani
ignoranti e analfabeti potrebbero farlo?”. Tutto cambi perché tutto resti com’è: un
ritornello che alla Sicilia ha creato la cappa di piombo del trasformismo, della
doppiezza, dell’utilitarismo becero e gretto; di questo piombo non ci siamo ancora
liberati. Continuiamo girarci tra piume avvizzite e, come la vecchia di dantesca
memoria, cambiamo fianco. Garibaldi avrà avuto i suoi interessi, si sarà piegato a
inglesi e piemontesi, ha determinato l’annessione obtorto collo, ma in un secolo e
mezzo di storia i siciliani non hanno avuto la forza, il coraggio, la dignità di crearsi
un’identità forte. E’ vero che l’impresa di Garibaldi non riuscì a far ottenere i contadini
le terre, né l’affrancamento dalla nobiltà, è vero che i “cappeddi” “salirono sui carri del
vincitore, ma è anche vero che nei secoli tanti siciliani che hanno studiato hanno
replicato alla perfezione le logiche del passato. Il discorso conclusivo del Barone La
Picuzza con il suo massaro insiste su “omini di carni e ossa, fatti di vizi e di virtù, ma
anche deboli, pronti a diventare complici. “A me avevano parlato di una democrazia
repubblicana” invece la Sicilia è stata unita ad un altro regno; “non potevamo farci una
repubblica tutta per noi, quella delle due Sicilie? Certo, ma il nobile riconosce che per
farla rivogliono uomini che amano la propria terra.
Il narratore conclude che la Sicilia era piena di questi uomini, ma che “la loro onestà, la
serietà con cui credevano nei valori veri li costringeva a non partecipare alle lotte per il
potere”. “Così la Sicilia la fecero gli altri, quelli che non fecero i siciliani, ne tanto meno
gli italiani di Sicilia”. Serpeggia tra le pagine l’ autonomismo siciliano che si richiama a
quello Mezzogiorno d'Italia e al meridionalismo. Quale che sia, però, l’ideale per il
riscatto della dignità della Sicilia, non c’è nessun movimento politico che possa fare a
meno di uomini seri e onesti disposti al sacrificio e non all’accattonaggio delle piccole
cariche del momento. Il barone la Picuzza, quando vede che con l’impresa garibaldina
il dominio sabaudo ha sostituito quello borbonico, abbandona completamente la vita
politica. Negli anni tanti uomini veri avrebbero potuto far diventare realtà lo statuto
speciale di cui la Sicilia gode, ma non l’hanno fatto. In questa prospettiva non è
necessario essere autonomisti, basta essere uomini innamorati della propria terra e del
destino di un popolo.
Libro da leggere quello di Nino Lo Iacono, a condizione che smantellare il
Risorgimento non renda lieti delle rovine
Maria Lucia Lo Presti