STIZZI
solco… sotto il sole cocente come il tuo” .
Nelle tre sezioni, infatti, c’è una costante tensione civile che si può dire culmini in
“Salvare il mondo”, nella sezione terza, “Passioni”: “ O frati…/
svigghiati e varda cu mia stu munnu/ svigghiati e camina nta sta strada/ strittu cu
mia pi salvari stu munnu”. Una delle dieci liriche in dialetto della
sezione non risparmia critiche all’amore virtuale: "a chatata/ u clik, u led, sunnu
friddi, / l'amuri è n'autra cosa, è funduta", ovvero una fumante
fonduta piemontese.
Una lettura piacevole e discreta che con genuino sentire apparenta all’universo, alla
vita, ai propri simili, anche con la forza del dialetto dalla sonora
e ridente vivacità fonetica, per riavvicinare alla propria storia. Non tutti i testi sono
tradotti in siciliano, e piace pensare che a monte ci sia una scelta
di liriche di particolare rilievo emotivo. Sia nelle liriche di due strofe, sia nei
componimenti più lunghi in quartine e terzine, il verso libero domina,
non senza consonanze e assonanze. In alcune strofe conclusive la frase gnomica è
l’appello di un fratello che con questi versi sollecita a guardare con
occhi solidali il creato"Stizzi”, ovvero gocce, è il volumetto di liriche in italiano e in
dialetto che inaugura l’affacciarsi alla poesia di Nino Lo Iacono (Pungitopo, Patti,
2010, € 10), scrittore pattese . Il titolo non traccia un’unità tematica, anzi, recupera
con il termine dialettale, un’espressione dialettale utilizzata in più
contesti, e sempre con intenzione di umiltà. Le 47 liriche sono distribuite in tre
sezioni: 17 nella prima, Immagini, e 15 sia nella seconda, Sentimenti,
sia nella terza, Passioni. Gli “stizzi”- parole di Nino Lo Iacono, pur affrontando i
temi di natura, religione, bellezza e amore nelle sue varie
sfaccettature, di fatto cantano un solo motivo, la vita nel suo manifestarsi.
Le prime due liriche possono ritenersi proemiali; soprattutto la seconda “Al
mattino” per il continuo osservare le epifanie che si affacciano al poeta
alla luce del giorno con le 6 anafore di “vedo” che via via restringono il campo
d’orizzonte all’amata “vedo te”, con la variante “ti vedo” per
concludersi quasi con una simbiosi amata - natura.
Nella prima sezione, in cui sette liriche sono redatte anche in dialetto, brilla
l’entusiasmo di stare al mondo in particolare con “Canto”: “Canto al
creatore che ogni giorno mi regala una rinascita, / prova i miei pensieri, / mi stringe
nelle morse del presente, / m’illumina le strade del futuro, in cui 
si respira genuina religiosità, non senza la domanda sul male nel mondo, nella lirica
“Fango” che rievoca le vicende tragiche di Giampilieri e Scaletta
Zanclea: “Il Dio dei giusti non ti ascoltò, / furore lo guidò per violenze/ e colpe
contro la beltà del suo Creato. Il poeta si auguro anche il sangue
assassino contribuisca “a far da sprone/ ad evitar il ritorno della morte nera”.
“Immagini” si conclude con “Ricerca del nulla”, quasi un climax
discendente come se il vagare “per spazi vuoti/in cerca di motivi per esistere”,
abbia lasciato il poeta “insoddisfatto viandante” che “spoglio delle
membra ricalcherà questa strada”.
Anche la seconda sezione “Sentimenti”, sembra un climax discendente da “Amore
di madre” a “Terremoto”, in cui sei liriche sono in dialetto,
attraverso il pianto, rivalutato come momento di grandezza “Chianci omu… e si
ranni!”, l’amore “da abbracciare perché più non apparirà”, l’inno
all’amore con l’epifora di “canto” particolarmente enfatica, o l’esaltazione di Patti,
città natale del poeta, “Antica…” “come poche”, “La patria più
bella” che mostra “in ogni scavo i segni delle … sofferenze”, e la Sicilia che
“nonostanti sti feriti” “Comu na madri ti difenni/ sti figghi snaturati e
penitenti”. Questi versi dimostrano la potenza del dialetto che valorizza il
messaggio di “Ti ho incontrato in un solco”, sintetico racconto in versi in
cui un extracomunitario fa riscoprire il senso dell’appartenenza alla comune razza
umana: “Ti ho incontrato in quel solco, eri stanco, / ti ho guardato
negli occhi, mi guardasti…/ dopo la prima diffidenza ti ho abbracciato e vidi che eri
come me, capii che non avrei potuto/ lasciarti da solo … nel solco… sotto il sole
cocente come il tuo” .
Nelle tre sezioni, infatti, c’è una costante tensione civile che si può dire culmini in
“Salvare il mondo”, nella sezione terza, “Passioni”: “ O frati…/
svigghiati e varda cu mia stu munnu/ svigghiati e camina nta sta strada/ strittu cu
mia pi salvari stu munnu”. Una delle dieci liriche in dialetto della
sezione non risparmia critiche all’amore virtuale: "a chatata/ u clik, u led, sunnu
friddi, / l'amuri è n'autra cosa, è funduta", ovvero una fumante
fonduta piemontese.
Una lettura piacevole e discreta che con genuino sentire apparenta all’universo, alla
vita, ai propri simili, anche con la forza del dialetto dalla sonora
e ridente vivacità fonetica, per riavvicinare alla propria storia. Non tutti i testi sono
tradotti in siciliano, e piace pensare che a monte ci sia una scelta
di liriche di particolare rilievo emotivo. Sia nelle liriche di due strofe, sia nei
componimenti più lunghi in quartine e terzine, il verso libero domina,
non senza consonanze e assonanze. In alcune strofe conclusive la frase gnomica è
l’appello di un fratello che con questi versi sollecita a guardare con
occhi solidali il creato.
 Maria Lucia Lo Presti