Papillon e cravattari
 
In questo romanzo si tratta di un giallo, o di un giallo
a metà, nel senso che i connotati tipici di questo
genere letterario vengono qui alterati, a tal punto che
la ricerca del rapporto causa-effetto, così come
l’investigazione sui colpevoli, ben presto rivelati al
lettore, avviene non al buio, ma sotto la luce del sole.
Quel che preme ai protagonisti dell’accadimento,
infatti, non è venire a conoscenza della loro
identità quanto acquisire delle prove, certe e
probanti, del loro soffocante persecutorio
strozzinaggio.
Puddu e Carmelo, con non comuni sacrifici,
mettono in atto un’impresa di costruzioni per
liberarsi da un passato di stenti, se non di umiliante
indigenza. Hanno coraggio, creatività,
intraprendenza. E una forte volontà di riscatto. La
fortuna sorride loro e accondiscende. Di lì a breve
termine, infatti, il successo economico premierà i
loro sforzi. Ma in Sicilia la vita delle persone
intraprendenti non è stata mai facile. Lentezze
burocratiche, intrighi, invidie, gelosie, complicazioni,
intoppi – mali assai diffusi e congeniali agli uomini
che non amano il lavoro – trascinano gradualmente,
ma inesorabilmente, i titolari dell’azienda edile
sull’orlo del fallimento, cosicché essi corrono il
rischio di essere travolti dalla loro stessa, per
quanto ammirabile, audacia.
Ambedue i giovani, tuttavia, anche se con una punta
di opportunismo, decidono di sposare due sorelle,
figlie di un ricco proprietario terriero del luogo, a cui
quel doppio matrimonio, nonostante sia stato reso
necessario da circostanze contingenti, non dispiace.
Sarà
pertanto lui, Giovanni, il
comune
suocero dei due costruttori,
ad
assumersi l’impegno di
sollevare
la costituita società edile
dalle
sabbie mobili in cui rischia
di
affogare.
La trama si
sviluppa e procede fino alla
fine con continui colpi di scena, anche divertenti,
che coinvolgono il lettore, evidenziando sempre più
lo scopo anche sociale del romanzo : l’usura, piaga
sociale ancora protagonista nell’economia
nazionale.